ARBEIT MACHT FREI (Il lavoro rende liberi).

 

 

 

 

“All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, / maledetto sia il suolo per causa tua! / Con dolore ne trarrai il cibo / per tutti i giorni della tua vita. / Spine e cardi produrrà per te / e mangerai l’erba campestre. / Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; / finché tornerai alla terra, / perché da essa sei stato tratto: / polvere tu sei e in polvere tornerai!”.

Sembrerebbe proprio una maledizione in grande stile. L’uomo ha peccato, cioè ha disubbidito a Dio, quindi Dio lo condanna al lavoro e alla morte.

Anche in mitologie lontane dalla cultura indoeuropea si trova qualcosa di simile. Ad esempio nel testo Popul Vuh della civiltà Maya nel quale, secondo alcuni esegeti, gli dei, o esseri venuti da un altro pianeta, intenti a sfruttare la Terra in cerca di minerali, principalmente oro, stanchi di sottoporsi a una fatica così grande e denigrante, decisero di creare un essere intelligente che potesse fare il loro lavoro, uno schiavo: l’uomo. Altro che “Il lavoro nobilita l’uomo”, frase solo attribuita, per altro, a Charles Darwin.

Ma è stato sempre così? Il lavoro è sempre stato inteso come qualcosa di nobile, utile alla crescita dell’uomo o piuttosto una necessità, come quella del leone che uccide l’antilope per sfamarsi? Guardiamoci un attimo indietro.

Da dove viene la parola lavoro nelle varie lingue? In italiano dal latino laborare che tradotto nella sua forma intransitiva significa soffrire, essere afflitto, essere affaticato. Nelle lingue romanze travail, trabajo, derivano sempre dal latino tripalium che definisce un giogo usato in antichità per torturare o rendere in servitù gli schiavi. In fine il germanico arbeit sta per servitù e il work inglese che, probabilmente, deriva dall’arcaico weork, sofferenza, difficoltà, lotta.

Ne viene in fatti che il lavoro era vissuto non certo come un’attività scelta e compensante, ma piuttosto come un obbligo imposto dall’alto, una sofferenza alla quale, determinate categorie di persone, si dovevano piegare.

È possibile anche prendere a testimone l’arte, cioè l’attività che più di ogni altra ci ha tramandato gli usi e il pensiero di chi ci ha preceduto, pure di tempi molto lontani. Nell’arte greca e in quella romana non ci sono raffigurazioni o statue che rappresentino uomini che lavorano. Un’eccezione esiste nella tradizione iconografica del dio Vulcano, non per niente il fabbro degli dei olimpici, colui che costruiva le armi. Non veniva, in questo caso, esaltato il lavoro in sé, ma la nobiltà di ciò che veniva prodotto, cioè attrezzi necessari alla guerra, attività allora indispensabile alla sopravvivenza (come oggi) e comunque non ritenuta un lavoro, ma un’arte, pur nell’eccezione che i greci davano al termine. Il nobile e la nobiltà anche d’animo, appartenevano a chi non aveva mai e mai avrebbe lavorato, a chi non doveva faticare per sopravvivere.

Le cose cambiano con l’avvento del Cristianesimo. Qui il lavoro diviene un prolungamento, una partecipazione dell’uomo all’opera di Dio. Forse si era avvertito il pericolo di una seppur minima presa di coscienza degli umili, cosa molto rischiosa per chi poteva nobilmente non lavorare, e, dopotutto, la chiesa, in tempi passati, ma non troppo, ha sempre mostrato una particolare inclinazione a voler mantenere la gente nell’ignoranza, a partire dal divieto, giunto fino alla metà del secolo scorso, di proibire la traduzione dal latino dei testi sacri, a cui provvide Lutero, non tralasciando però, pure lui, di trasformare il lavoro, il suo significato e la sua presenza sociale, in una vera e propria religione.

A sostegno di questa variazione di direzione si cita spesso San Paolo e una delle sue lettere ai Tessalonicesi. Motto famoso, ormai sulle labbra di tutti: “chi non vuol lavorare neppure mangi”. Ma forse sarebbe opportuno non leggere solo uno stralcio del testo, e si potrà capire che Paolo non parlava del lavoro come un mezzo per giungere alla salvezza, ma una incitazione a essere autosufficienti, a provvedere alla propria esistenza senza pesare sugli altri, insomma una necessità della sopravvivenza, che è ben altra cosa dall’esaltare il lavoro come valore, cosa tra l’altro non contemplata nel Vangelo, se sono reali le parole di Gesù: “Guardate gli uccelli nel cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono granai, e il vostro padre celeste li nutre. Or non valete più voi di loro?”, cioè non lavorano, ma si affidano alla provvidenza divina.

Nel pensiero comune il lavoro è un passaggio necessario, essenziale, per realizzare la propria dimensione di uomini e, naturalmente, chi maggiormente sostiene questa tesi sono coloro che dal lavoro, soprattutto degli altri, ottengono benefici economici di un certo livello o che ne approfittano per fini politici, religiosi o di predominio sociale.

Il lavoro può essere un valore, ma quando vale in quanto fare e fare ciò che piace. Ma questa è, almeno al giorno d’oggi, una prerogativa di pochi; artisti, politici, di chi insomma, almeno in prima istanza, non pensa direttamente al guadagno, ma, al limite, alla fama o al potere. Chi scrive un romanzo non lo fa nella prospettiva, non dico di larghi guadagni, ma neppure di poter vivere di scrittura e neppure chi dipinge. Tutt’al più spera che ciò possa avvenire e contemporaneamente fa un altro lavoro per sopravvivere, ma non è quest’ultimo che rappresenta per lui un valore, una crescita. In altre parole farebbe le stesse cose, le stesse attività anche senza uno stipendio.

È chiaro che il discorso si può estendere anche ad altre attività, come quelle artigianali, ma fabbri e compagni sono praticamente spariti, si pratica per hobby o i pochi che sono rimasti costituiscono una élite per pochi clienti, e provate a trovare un calzolaio, conviene gettare le scarpe. Fino a mestieri ritenuti più nobili, come il medico, ma ormai trasformato in un manager della sanità, e guarda a caso i primari ora si chiamano Dirigenti Sanitari.

Insomma il lavoro nobilita l’uomo solo quando è un lavoro scelto e non un fine, ma utile per soddisfare le proprie inclinazioni e il proprio desiderio. Dopotutto l’uomo è portato per natura, come ogni altro animale, nel tentativo di appagare il proprio piacere, anche quando non sembra farlo, anche quando soffre. Per il resto il lavoro è fatica, obbligo, tentativo di sopravvivere o di vivere meno peggio che si può.

Uno dei problemi più urgenti che si presentano oggi è costituito dal fatto che il lavoro finisce per influenzare, se non determinare, il modo di essere di ognuno, il suo pensiero, ciò che fa durante le 24 ore giornaliere. Il tempo dedicato a se stessi, l’ozio, a parte il fatto di essere considerato quasi un reato (alla faccia dell’otium di petrarchesca memoria), sono lussi che fanno sentire il proprio alito sul collo dell’uomo moderno. Tutto ha un solo fine: il lavoro, tanto che anche attività normali, anzi essenziali e naturali sono concepite come un lavoro; accudire e educare i figli è il lavoro del genitore, pensare e curare la propria casa è il lavoro domestico, casalingo, il tempo libero, come dice l’espressione stessa (libero da cosa?) è solo una pausa, possibilmente il più breve possibile dal lavoro, superare la scomparsa di una persona cara, cioè prendere coscienza della morte, è un lavoro di elaborazione del lutto. Non si sfugge, anche quando il lavoro sembra un mezzo per conseguire il proprio benessere, in realtà, è solo un fine: lavoro per comprare la macchina per andare al lavoro.

A tutto ciò corrispondono effetti che sono sotto gli occhi di tutti. “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, primo articolo della Costituzione Italiana. E chi il lavoro non l’ha? Non è cittadino o cittadino di seria B o C o D? In qualche modo sì. Gli esclusi, i disoccupati non per loro volere, ma anche chi il lavoro lo rifiuta per propria scelta e ideologia, divengono immediatamente dei rifiutati, degli emarginati da portare ad esempio sui talk show, o in qualche indispensabile special giornalistico, su cui discutere, concludendo sempre che se non si ha lavoro si finisce inevitabilmente per essere dei reietti.

A prova di ciò si consideri quanto comunicato da una delle emittenti televisive nazionali più importanti durante il TG dell’ora di punta qualche tempo fa. La notizia più o meno recitava: “Violentata una bambina di due anni da un giovane pedofilo disoccupato”. Cosa vuol dire? Che se non fosse stato disoccupato non sarebbe stato un malato pedofilo e non avrebbe commesso quell’orrendo crimine, magari perché aveva altro da fare? O, peggio, che il non avere lavoro, il non lavorare, è una concausa o, addirittura, una prerogativa all’essere un pedofilo e un criminale?

Naturalmente questo se non hai avuto la sfortuna di aver avuto un padre o una madre che hanno assicurato per il futuro capitali tali da permetterti di vivere di rendita. In quel caso tutt’al più sei un mantenuto, termine pronunciato con un sorrisino ironico sulle labbra, e un retrogusto di cieca invidia.

Questo fanatismo, questa religione del lavoro non ha trovato ostacoli ideologici almeno negli ultimi duecento anni di storia. Tutte le tendenze, sinistra, destra, dittature, liberisti, religiosi o quant’altro sono d’accordo su di un punto: il lavoro, produrre, è sacro. Siamo nel Ventunesimo secolo, le ideologie sono morte e con loro i dissidi, le lotte che le avevano caratterizzate nel bene e nel male, solo una ne resta ancora, la religione del lavoro.

Di fatto il problema sta in quale sia il significato del lavoro, il suo fine. Il lavoro è diventato un mezzo per esercitare il potere, è il fine ultimo, proprio come il progresso tecnologico, e l’uomo moderno ne è un pezzo, un ingranaggio, che deve funzionare in quel ruolo e basta. Provate a chiedere a un qualunque lavoratore che scopo ha il suo lavoro, a cosa serve. Non è importante cosa si sta facendo, purché si faccia.

Il lavoro è divenuto una parte separata della vita e che divide, i cui tempi entrano nella quotidianità dell’uomo e la avviliscono, la schiavizzano e la distruggono, il tempo non è più vissuto; è tempo per produrre, tempo da essere impegnato secondo una ferrea e efferata logica.

La pausa caffè è quasi un ladrocinio all’amministrazione, andare al bagno una concessione estrema. Negli asili, nelle scuole si insegna che ogni consegna deve essere rispettata al minuto, scambiare qualche parola con il compagno di banco quasi un reato. Perfino le ferie sono solo un tempo di ricarica, limitate nella domanda da quella postilla “recapito dove contattarla in caso di necessità”, come a dire “ricorda che sei sempre in servizio, che stai comunque lavorando, che il tuo tempo ci appartiene”.

Certo non si finirà mai di lavorare. Gli uomini continueranno a produrre per mangiare e per vestirsi, per curare la propria dimora ed educare la prole, per crearsi momenti di svago, magari scrivendo e leggendo o dipingendo o componendo musica ecc, ed è giusto e naturale che sia così. Ma ciò che sarebbe importante è che tutto ciò non fosse concettualmente e in astratto un dispiego della forza dell’uomo fine a se stesso, cioè il rendere lavorare un fine, che per il soggetto non ha un senso, un contenuto e che nulla ha che fare con i suoi veri interessi e le sue reali esigenze e inclinazioni.

E ancora peggio che questo fine estraneo all’individuo divenga poi, per forza di cose e per imposizione fosse anche solo mass-mediale, una caratteristica sociale che influenza e indirizza tutti i suoi comportamenti nella società, compresa la sfera più intima, familiare o addirittura sessuale fino ad assorbire l’essere dell’uomo, tanto è vero che si dice “sono un operaio, sono un insegnante, sono un medico” e non faccio, sono. Insomma una vera e propria religione o, se vogliamo, una grave patologia.

Dopotutto, a ben ragionare, motti come “non c’è posto per gli oziosi” intonato a pieni polmoni dall’Internazionale Socialista, o il più diffuso e stantio “il lavoro nobilita l’uomo”, avevano già fatto il loro tempo e dimostrato la loro pericolosità e assurdità all’apparire di un’altra sentenza il cui significato in fine era lo stesso: “il lavoro rende liberi”, impresso nel ferro come monito sui cancelli d’ingresso dei campi di lavoro e sterminio di Auschwitz e Dachau.

 

2 commenti su “ARBEIT MACHT FREI (Il lavoro rende liberi).”

  1. Rita Cordella

    Per non parlare del termine ‘pensionato’ che viene usato come sinonimo di vecchio parassita …’ pensionato morto investito sulle strisce pedonali’ ecc ..non si usa più uomo o donna . Un abbraccio

    1. Certo. L’anzianità non è più considerata, non oso dire il periodo della saggezza, dell’esperienza vissuta da cui si possono trarre innumerevoli vantaggi (a parte quelli diretti, come continuare a mantenere o aiutare figli e nipoti ai quali lo stato e la società non è capace di fornire soluzioni per una vita dignitosa, neppure a chi investe negli studi e poi se ne va all’estero, quando non piuttosto a raccogliere i pomodori e poi trattato anche male, perché ha avuto l’ambizione di fare l’università), ma neppure come un momento della vita, non necessariamente finale, ma comunque di meritata pausa, di riflessione e possibilità di dedicarsi, per quanto possibile, alle proprie aspirazioni. Il pensionato non produce più in termini economici e monetari e quindi è inutile. A prova si considerino quelle persone come, politici, docenti universitari, liberi professionisti che, pur in pensione e quindi recependo, per molti quasi rubando, risorse economiche ai giovani e alla società (risorse che tra l’altro hanno versato e che non tornano mai nella giusta misura) non vengono etichettati come “pensionati”, ma nei ruoli che continuano a coprire o al limite con un “ex” davanti al titolo, per il semplice fatto che ancora, in modo o nell’altro, producono o, il più delle volte, fanno comodo a chi gestisce il potere, i mass media e la tecnologia. Si è mai sentito parlare di un Cossutta, un Magris, di uno Scalfari, di un Benetton, di un Imposinato, di un Pisapia, o di un Paoli, di un Foa ecc. come pensionati? No, solo ritirati per il meritato riposo.

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