A PROPOSITO DI BELLEZZA. UNA POESIA DI F. G. LORCA.

Goya, Tauromachia.

A proposito di Bellezza, pubblico una delle poesie che, per me, sono da annoverare tra le più Belle e intense del ‘900. Il sangue versato da Compianto per Ignacio Sánces Mejias di Federico Garcia Lorca. Forse è rimasta così impressa in me per il fatto che è stata una delle prime che mia madre mi ha letto da bambino, spiegandomela per quello che si può a un bimbo di 8-9 anni, cioè per quello che è, e che dice, senza tanti risvolti di stile, poetica o, peggio, sub-significati politici o sociali o analisi stilistiche. Cioè non come si fanno a scuola e, infatti, quelle che studiavo per la scuola, fosse Il passero solitario o La spigolatrice di Sapri, alla fine non erano poesie, opere d’arte con la loro intrinseca bellezza, ma pallosissimi compiti per il giorno dopo.

Ho messo anche un audio con la magistrale recitazione dei versi da parte di Arnoldo Foà, (la traduzione è leggermente diversa), a cui seguono altre due poesie della stessa raccolta molto belle ugualmente , Corpo presente e Anima assente, per chi volesse ascoltarli. È veramente Bella.

 

IL SANGUE VERSATO

No, non voglio vederlo!

Di’ alla luna che venga,
non voglio vedere il sangue
di Ignazio sulla sabbia.

No, non voglio vederlo!

Una luna spalancata,
cavallo di quiete nubi,
e l’arena grigia del sogno
con salici in prima fila.

No, non voglio vederlo!
Il mio ricordo si brucia.
Avvisate i gelsomini
dalla bianchezza minuta!

No, non voglio vederlo!

La vacca del vecchio mondo
passava la triste lingua
sopra un muso di sangui
versati sulla sabbia,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di pestare terra.

No.
No, non voglio vederlo!

Le tribune sale Ignazio,
tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba,
ma l’alba non era.
Cerca il suo fermo profilo,
e il sogno lo disorienta.
Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto.
Non mi dite di vederlo!
Non voglio sentire il fiotto
farsi ogni volta più debole;
questo fiotto che rischiara
le tribune e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
di quella folla assetata.
Chi mi grida di affacciarmi?
Non mi dite di vederlo!

Non si chiusero i suoi occhi,
quando vide le corna vicino,
ma le madri terribili
alzarono la testa.
E spazzò gli allevamenti
vento di voci segrete,
che gridavano a tori celesti,
mandriani di pallida nebbia.
Non ci fu principe di Siviglia
che comparargli si possa,
né spada come la sua
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un busto di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il sorriso era un nardo
di sale e d’intelligenza.
Che gran torero nell’arena!
Che buon montanaro sulle montagne!
Così tenero con le spighe!
Così duro con gli speroni!
Così dolce con la rugiada!
Così abbagliante nella fiera!
Così tremendo con le ultime
banderillas di tenebra!

Ma adesso dorme per sempre.
Adesso i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.

Oh, bianco muro di Spagna!
Oh, nero toro di pena!
Oh, sangue forte d’Ignazio!
Oh, usignolo delle sue vene!

No.
No, non voglio vederlo!
Non c’è calice che lo contenga,
non c’è rondini che se lo bevano,
non c’è brina di luce che lo geli,
né canto né diluvio di gigli,
non c’è cristallo che lo copra d’argento.
No.
Io non voglio vederlo!!

Federico Garcia Lorca.

 

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