A PROPOSITO DI STUPRO.

Si parla molto di violenza sulle donne, di stupro, però molti, soprattutto i “maschi”, ma, mi sono reso conto, anche le “femmine”, che non hanno avuto la sfortuna di non incappare in una violenza sessuale o in molestie serie, non l’occhiata piacente in autobus o in ufficio, si rendono propriamente conto di quale ignominia e soprattutto frattura e squarcio fisico e psichico sia. Credo che nessun racconto o resoconto sia toccante, esplicito e traumatizzante, ma illuminante, come questo monologo che, non solo è una magnifica interpretazione teatrale, ma una testimonianza, poiché l’attrice ha subito uno stupro dei più infamanti e violenti, quello a intimidazione politica. Franca Rame recita Lo stupro, da seguire in audio e con il testo “a fronte”. Si tratta di un pezzo forte, adatto a chi vuole capire, tanto che non mi stupisce non sia mai proposto nelle varie “Giornate” che ci propongono, “Festa della donna”, “Contro la violenza di genere”, “Pride day” ecc. Forse è meglio che non si sappia veramente.

TRACCIA AUDIO A FINE TESTO.

Lo stupro – Franca Rame

Donna: Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta. Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano? Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura… Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente. Sono vicinissimi. Si, sta per succedere qualche cosa… lo sento. Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. E’ un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi. Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda! Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro. Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf prima di arrivare alla pelle. Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile. Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto. Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra alle bruciature… Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si danno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola. Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena. Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Devo stare calma, calma.

«Muoviti, puttana. Fammi godere»

Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.

«Muoviti, puttana. Fammi godere»

Sono di pietra. Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un:

«Muoviti, puttana. Fammi godere»

La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.

«Muoviti, puttana. Fammi godere» Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie. E’ il turno del terzo. E’ orribile sentirmi godere dentro, delle bestie schifose.

«Sto morendo – riesco a dire – sono ammalata di cuore». Ci credono, non ci credono, si litigano. «Facciamola scendere. No… si…»

Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto per spegnerla. Ecco, li, credo di essere finalmente svenuta. Poi sento che si muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla con il golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va. Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. E’ quasi scuro. Dove solo? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino. Cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi ritrovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani.

Buio

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