…OFFRÌ NEW YORK VICINO…

Tra le tante opere dedicate all’immigrazione di tutti i tempi, sempre mi ha colpito questa canzone di Guccini, Amerigo, in cui la condizione dell’immigrato, in questo caso italiano, il nonno del cantautore, è descritta in tutto il suo impatto drammatico con una realtà che rimane “altra” da quella di origine, una realtà drammatica, ma necessaria alla sopravvivenza nonostante l’ostilità degli ospiti, o la loro spesso solo apparente e superficiale solidarietà, troppo sovente solo un mezzo pubblicistico per fini di affermazione politica di potere. Da ascoltare e leggere con attenzione.

Traccia audio in calce.

Amerigo

Probabilmente uscì chiudendo dietro a se la porta verde
Qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’orzo
Non so se si girò, non era il tipo d’uomo che si perde
In nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo

Quand’io l’ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio
O così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola
Colpiva il cranio raso e un misterioso e strano suo apparecchio
Un cinto d’ernia che sembrava una fondina per la pistola

Ma quel mattino aveva il viso dei vent’anni senza rughe
E rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo
Parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe
E per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: il fatalismo

Ma quel mattino aveva quel sentimento nuovo per casa e madre
E per scacciarlo aveva in corpo il primo vino di una cantina
E già sentiva in faccia l’odore d’olio e mare che fa Le Havre
E già sentiva in bocca l’odore della polvere della mina

L’America era allora, per me i G.I. Di Roosvelt, la quinta armata
L’America era Atlantide, l’America era il cuore, era il destino
L’America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata
L’America era il mondo sognante e misterioso di Paperino

L’America era allora per me provincia dolce, mondo di pace
Perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta
E Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache
Un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra

Non so come la vide quando la nave offrì New York vicino
Dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello
E Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino
L’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello

E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera
Per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri
Di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera
Sudore d’antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita
L’America era un angolo, l’America era un’ombra, nebbia sottile
L’America era un’ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita
E dire boss per capo e ton per tonnellata, “raif” per fucile

Quand’io l’ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio
Sprezzante come i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo
E non capivo che quell’uomo era il mio volto, era il mio specchio
Finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo
Finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo
Finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo

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