Un po’ di campanilismo: “L’aquilone”.

 

Un po’ di campanilismo non fa male, per cui sul blog pubblico L’aquilone di Giovanni Pascoli. Per molti di noi ricorda le Scuole Elementari (oggi Primaria) quando ce l’hanno servito in tutte le salse, compresa la recitazione di tutti i 64 versi a memoria alla lavagna, con la maestra o il maestro dallo sguardo soddisfatto che ritmava con un gesto di assenso della testa o con il piede il tempo della poesia e circa 20-25 grembiuli bianchi o neri dai fiocchi azzurri o rosa, che guardavano forse con ammirazione, ma con un retrogusto di sadismo di cui solo i bambini sono capaci e di soddisfazione per lo scampato pericolo. A parte tutto è un componimento molto bello, reso più intenso dalla interpretazione magistrale di Vittorio Gassman allegata al testo.

 

V. Gassman, L’aquilone.

L’AQUILONE.

 C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico: io vivo altrove, e sento

che sono intorno nate le viole.

 

Son nate nella selva del convento

dei cappuccini, tra le morte foglie

che al ceppo delle quercie agita il vento.

 

Si respira una dolce aria che scioglie

le dure zolle, e visita le chiese

di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

 

un’aria d’altro luogo e d’altro mese

e d’altra vita: un’aria celestina

che regga molte bianche ali sospese…

 

sì, gli aquiloni! E’ questa una mattina

che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera

tra le siepi di rovo e d’albaspina.

 

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era

d’autunno ancora qualche mazzo rosso

di bacche, e qualche fior di primavera

 

bianco; e sui rami nudi il pettirosso

saltava, e la lucertola il capino

mostrava tra le foglie aspre del fosso.

 

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino

ventoso: ognuno manda da una balza

la sua cometa per il ciel turchino.

 

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,

risale, prende il vento; ecco pian piano

tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

 

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,

come un fiore che fugga su lo stelo

esile, e vada a rifiorir lontano.

 

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo

petto del bimbo e l’avida pupilla

e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

 

Più su, più su: già come un punto brilla

lassù, lassù… Ma ecco una ventata

di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla?

 

Sono le voci della camerata mia:

le conosco tutte all’improvviso,

una dolce, una acuta, una velata…

 

A uno a uno tutti vi ravviso,

o miei compagni! E te, sì, che abbandoni

su l’omero il pallor muto del viso.

 

Sì: dissi sopra te l’orazioni,

e piansi: eppur, felice te che al vento

non vedesti cader che gli aquiloni!

 

Tu eri tutto bianco, io mi rammento:

solo avevi del rosso nei ginocchi,

per quel nostro pregar sul pavimento.

 

Oh! te felice che chiudesti gli occhi

persuaso, stringendoti sul cuore

il più caro dei tuoi cari balocchi!

 

Oh! dolcemente, so ben io, si muore

la sua stringendo fanciullezza al petto,

come i candidi suoi pètali un fiore

 

ancora in boccia! O morto giovinetto,

anch’io presto verrò sotto le zolle

là dove dormi placido e soletto…

 

Meglio venirci ansante, roseo, molle

di sudor, come dopo una gioconda

corsa di gara per salire un colle!

 

Meglio venirci con la testa bionda,

che poi che fredda giacque sul guanciale,

ti pettinò co’ bei capelli a onda tua madre…

 

adagio, per non farti male.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *