INDAGINE SULLA BELLEZZA 2

 

 

 

Come accennato in precedenza uno degli argomenti che più muovono gli interessi nel tempo presente a proposito della bellezza e del bello, è quello dell’estetica diffusa. Questione che apre inevitabilmente due possibili strade che caratterizzano il mondo contemporaneo e, per certi aspetti, contrarie, il cui nucleo interpretativo sembra concentrarsi sulla caratteristiche che si possono attribuire alla bellezza oggi giorno, e cioè quella di “funzione/finzione o qualità”.

La prima definizione si riferisca al fatto che la bellezza si pone come qualcosa da cui, socialmente, non si può prescindere e che quindi si definisce come un sovrappiù, data dai modelli sociali che via via si vengono affermando, soprattutto diretta verso il riconoscimento della propria immagine e del proprio essere da parte della comunità. Cioè l’essere belli diviene una necessità per poter ottenere l’accettazione degli altri individui che compongono la società o il gruppo. È ciò che appare, che si presenta dell’individuo da un punto di vista estetico, a determinare il giudizio che verrà formulato dalla comunità su di lui.

Se nel primo caso ci si trova davanti a una sopravalutazione della bellezza che viene in qualche modo imposta dalla società all’individuo, nel secondo la bellezza si propone come scelta dell’individuo stesso in aggiunta a altre caratteristiche della vita personale e sociale. Si potrebbe dire quindi che nel secondo caso si pone come qualcosa che proviene dall’interno dell’individuo, acquistando, in qualche modo, una connotazione etica, che ha valore anche per quel che riguarda i rapporti con l’altro.

Che la bellezza sia legata in una qualche maniera a una dimensione etica o sociale e culturale, non è nulla di nuovo, anzi per lo più lo si è sempre sostenuto. Tuttavia per potersi avvicinare al concetto di bello non è possibile, a mio parere, separare il concetto stesso da ciò che sensibilmente concerne la bellezza, la sua funzionalità, gli effetti che produce, le incoerenze, cioè quello che non lo presenta come una nozione vuota, ma come un qualcosa che progredisce nel tempo e che, per usare una parola in voga negli anni ’80 del secolo scorso, si presenta come un discorso aperto. Insomma non dividere in maniera netta la bellezza da ciò che è bello. Operazione invece consueta e ormai appartenente alla nozione comune fin da Platone e ribadita nei secoli, come testimonia, ad esempio, la Scuola d’Atene di Raffaello delle Stanze Vaticane, dove al centro di un’architettura classica, bramantesca, avanzano verso lo spettatore Aristotele e Platone, l’uno tendendo il dito in il basso verso il sensibile, il terreno, e l’altro, Platone, verso l’alto, indicando il mondo delle idee, l’iperuranio, e anche se in questo caso ci si riferiva essenzialmente alla metafisica e alla sua dualità, è possibile, come è accaduto, applicarlo anche al concetto di bello e di estetica.

Entrambe le concezioni sono esposte a dei rischi. Da una parte un’idea che si limiti al sensibile, alle cose, può portare verso posizioni soggettivistiche e generalizzate da cui si potrebbero creare inevitabili confusioni, dall’altra affidarsi solo a una definizione ideale potrebbe condurre a non avere una esperienza reale delle cose belle, di viverle per la loro bellezza. Né una eventuale posizione in media res è priva di pericoli, potendo sfociare in una posizione “classicistica” dell’idea di bellezza.

Si potrebbe quindi affermare che la bellezza è così com’è, ma che potrebbe essere stata anche qualcos’altro o non essere bellezza. Fino qui quella che potremmo chiamare la “speculazione filosofica” (debitrice di alcune acute note di E. Franzini e non solo), ma la bellezza e il bello investono anche la vita di tutti i giorni e quella di tutti, e qui per lo più si parla di cose e di esperienza, e, in questo ambito, assume mille sfaccettature, abbracciando anche ciò che è piacevole, carino, affascinante, sensuale ecc…

In pratica la bellezza non appartiene solamente a una dimensione del pensiero, in particolare filosofico o meglio dell’Estetica, ma a un “sentimento”, forse indefinito e indefinibile, che percorre il nostro essere quotidiano e di conseguenza il nostro esserci nel mondo. Per cui si potrebbe dedurre che esso non è un qualcosa che vive in qualche modo autonomamente, ma che è legato, suggestionato, alla storia, anche senza la lettera maiuscola, cioè alla storia di tutti i giorni e anche alla storia personale di ogni individuo o del gruppo a cui appartiene.

In ciò mi trovo vicino alle posizioni di Galimberti nel ritenere che la bellezza rinvia a altro, a qualcosa in più, che va al di là del dato sensibile, anche se da questo parte, ma comunque suggestionata sempre da un dato storico, per cui ogni epoca ha, di fatto, una propria idea di bello, con mille sfaccettature, ma caratteristico del proprio tempo.

E anche la storia, di cui sarebbe necessario indicare il senso, se l’ha, spesso muta il gusto, non tanto nei suoi tratti principali, quanto nel modo, nei tempi e nei luoghi e attraverso la maniera in cui viene recepita e fruita la bellezza.

Lasciamo per un attimo da parte la bellezza riferita all’opera d’arte o il concetto in sé e si pensi a quelle manifestazioni in cui, comunque, di fronte a una cosa viene spontanea l’esclamazione bello o bella, seguita da uno stato emozionale, un intenso stupore e forse una scarica di adrenalina che quasi ci obbliga a rimanere con gli occhi incollati sulla cosa e a goderne. Sarebbe logico pensare che un ragazzino della generazione del XXI secolo abbia parametri quasi completamente differenti da quelli della generazione, come la mia, che ha visto la luce nella seconda metà del XX secolo. E spesso infatti di fronte a manifestazioni che includono un giudizio o un senso che ha che fare con il bello o la bellezza, si è portati a stupirsi, a non comprendere e, non di rado, a disapprovare quanto da loro viene espresso.

Ora se prendiamo come esempio una di quelle attività dei giovani e giovanissimi che più preoccupano il mondo degli adulti, la famiglia e la scuola in primis, cioè i video games, i social, e buona parte di ciò che ha a che fare con l’elettronica e il modo mass mediale, ci accorgiamo che il problema non è di molto cambiato dai lontani, ad esempio, “favolosi” anni ’80 del ‘900, epoca tanto celebrata oggi dai ragazzi liceali e pure più giovani come una mitica età della libertà e della trasgressione (e guarda a caso per noi lo erano gli anni ’60, con apice nel ‘68/’69, dei quali poi, probabilmente, non avevamo capito nulla).

Ci si stupisce e allarma di fronte l’espressione di ammirazione e quasi venerazione che dimostrano quando li vediamo entusiasti, con gli occhi incollati allo schermo dello smartphone, o del televisore collegato alla playstation o al pc, e esclamare bello!, Wow!, atomico!, de christ! (grandioso) o sgravato! (spettacolare, eccezionale, bello), immemori dei nostri figo!, spaziale!, cazzuto!, bestiale!, quasi gridati, con gli occhi ipnotizzati davanti al Tetrix o al Prince of Persia in una tetra sala giochi del centro o della periferia, con una birra in mano, a inserire nella fessura apposita centinaia di euro (pardon lire), con l’amico vicino che ci gridava nelle orecchie “ammazzalo, ammazzalo che passi di livello!”. E ci stupiamo, spesso inquietiamo, nel vederli davanti al cellulare a fare i TicToc, muovendosi con atteggiamenti particolari nel quali, evidentemente, trovano qualcosa di bello o piacevole, pure nel condividerlo (ciò naturalmente al di là dei rischi che corrono), senza pensare a quando noi con le cuffie dell’Hi-Fi serrate sui timpani ci sparavamo decibel impossibili dei Led Zeppelin o dei Nirvana o di Toto Cotugno, agitandoci come in preda al Ballo di San Vito (un po’ di meno con Cotugno), e con possibile danno all’apparato uditivo.

Cosa è cambiato quindi? Non, in questo esempio, il concetto di bellezza in sé, in questo caso della tecnica o forse, aimè, del canone di una certa di bellezza (se di questo poi si tratta, canone a cui la tecnica, ormai egemone anche di tutti i fini, o meglio non fini, se non quelli di auto perpetrazione e miglioramento di se stessa, ci ha abituati) che si pone davanti ai ragazzi, ma al modo di presentarlo: la grafica, gli effetti speciali, il sonoro, in altre parole la tecnologia che è storicamente avanzata. Ciò che fa scaturire il senso del bello, che fa esclamare e catalizza l’attenzione quasi fino a annullare la “coscienza”, è lo stesso di 40 anni fa: il gioco, la novità, l’effetto estetico che provoca su noi e che oltrepassa la barriera del sensibile per rinviare a una forse emozione o, perché no, sentimento indefinito e indefinibile che ci avvolge e colloca quasi in un mondo altro, pur rimanendo con i piedi bel saldi in questo.

Non si vuole con questo affermare che il concetto di bellezza sia qualcosa di immutabile e prestabilito, un canone che attraversa i secoli e rimane, di fatto, sempre uguale a se stesso adeguandosi al limite al momento storico-sociale, tutt’altro, ma al contrario che rimane un discorso aperto, suscettibile di mille sfumature, ma comunque un carattere molto importante e che suggestiona, se non indirizza, l’essere e l’essere-ci dell’uomo nel mondo più di quanto si possa immaginare e in ogni direzione e attività.

Problematica, quella della bellezza e del bello che andrà ulteriormente approfondita, magari attraverso interventi e punti di vista differenti.

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