INDAGINE SULLA BELLEZZA.

 

Avrei intenzione di avviare sul blog una “discussione” sulla Bellezza, intesa in tutti i suoi significati e non limitatamente all’opera d’arte. È un argomento molto interessante e di estrema attualità a mio avviso, visto che oggi si parla e si indaga su quella che viene definita l’estetica diffusa che coinvolge ogni aspetto delle attività umana: scienza, economia, politica, etica, e tecnica comprese.

Chi fosse interessato è invitato a partecipare.

Di seguito un breve articolo illustrativo per iniziare l’eventuale dibattito.

 

Il bello, la bellezza, da sempre hanno racchiuso nel loro significato molte categorie e non solamente quella dell’arte. Esiste infatti il parallelismo tra bello/buono, il bello del corpo umano anche in senso erotico, o il bello per esprimere qualcosa di positivo “una bella legge”, “una bella intenzione” ecc… Ma anche il bello della natura, sia selvaggia che “panoramica”, cioè modificata dall’uomo, ma anche cittadina, “un bel quartiere”, “una bella piazza”, “un bel paese”. Oppure per definire qualcosa di grande, “un bel problema”, “una bella punizione”, dove si sottintende, in quest’ultimo caso, pure che è “giusta” o “eccessiva” a seconda del contesto e del tono della voce.

Non si può però prescindere dal bello in arte e dall’estetica, per cui può essere d’aiuto un breve excursus sui vari modi di concepire il bello nei tempi, poiché la concezione della bellezza non sembra proprio assoluta, ma, in certo senso, storica.

Nell’antica Grecia la bellezza era un riflesso del “bene” (da non identificare con il “bene” cristiano, ma come: “l’armonia che si mostra nel tutto; è la salute; è la vita stessa in quanto ricerca, ma anche godimento e gioia di vivere”), oltre a proporzione e ordine delle parti, sia a livello visivo, che sonoro, che dell’oggetto. Assieme all’imitazione e alla catarsi (purificazione) rendevano un’idea di perfezione e durata in maniera assoluta, che trovava nel bello metafisico il carattere dell’essere e che con Aristotile, si arricchirà dei concetti di ordine e simmetria, princìpi accolti poi da Vitruvio nel I secolo a. C. e che saranno i fondamenti dell’arte visiva e dell’architettura per lungo tempo.

Con l’avvento e l’affermazione, anche temporale, del Cristianesimo, a partire da Agostino nel IV sec. d.C., si introduce, accanto alle precedenti categorie di misura, forma e ordine, quella di luce del vero, come idea di verità divina necessaria alla ricerca e al raggiungimento della verità. Attraverso la mediazione e il pensiero di San Tommaso che avvia i criteri di claritas (splendore che si manifesta in sé), integritas (assenza di difetti e difformità), proportio (proporzione tra le parti), e quelli dell’abate Suger, con la metafisica della luce, il Medioevo è caratterizzato dal concetto di concomitanza tra bello e divino, a cui si opporrà solo più avanti, in pieno Rinascimento, Giordano Bruno per il quale non esiste un bello assoluto, ma un bello in rapporto a qualcosa.

Il Rinascimento, in particolare con l’Alberti, introduce il concetto di concinnitas (proporzione, armonia, eleganza), che durerà almeno fino il riaffermarsi del platonismo e dell’idea di perfezione. Una concezione che arriverà, con le dovute variazioni, come quella della manifestazione dell’idea delle cose, o della psiche, come misura, il bello “inafferrabile” di Leibniz, il bello soggettivo, fino alla famosa disputa tra “bello e sublime” con Boileau intorno al 1674 e poi ripresa da Burke nel 1756, al XVIII secolo, quando per opera di Baumgartner, si fonderà l’estetica come disciplina filosofica, dove il bello equivale alla “perfezione dell’atto creativo”.

Kant porrà un sigillo netto al concetto di bellezza definendola “pulchritudo vaga”, cioè disinteressata, rivolta soprattutto a quella naturale, a cui si contrappone una bellezza che ha un fine (ma le cose non sono così semplici) che è espressione delle idee e è prodotto dell’uomo. Ci si avvia alla visione romantica in cui la bellezza o il bello sono manifestazione libera dei sogni umani, dei suoi ricordi e, soprattutto, del sentimento, anche se Hegel la ritiene “manifestazione sensibile dell’idea” e non del vero, da cui, per la prima volta, viene avanzata l’ipotesi (?), di una “morte dell’arte”, cioè di un bello che è altro dall’arte stessa.

Nel XX secolo emerge il tentativo di rendere l’arte e le sue teorie del concetto di bello attraverso “correnti” e “princìpi”, come lo strutturalismo, l’ermeneutica, il decostruzionismo, il pensiero negativo, l’intenzionalità, fino all’arte come estetizzazione della politica, come rivelazione dell’unione tra soggetto e oggetto.

Sono molti i protagonisti di questo processo, a partire da Baudelaire per il quale la bellezza non è il fine dell’arte, Nietzsche con il binomio bellezza/potenza: “La bellezza è un momento di transizione, come se la forma fosse proprio sul punto di fluire in altre configurazioni. Ogni arresto, ogni accumulo, sono opposti al fluire”, (probabilmente suggestionato dagli studi su Ralph Waldo Emerson, che annuncia il debutto nelle tematiche delle correnti d’oltreoceano), ma che muterà con l’evolversi della sua ricerca filosofica, sino a Simon Wail, intorno agli anni ’30 del ‘900, per la quale la bellezza e l’arte sono delle rappresentazioni delle contraddizioni della realtà. Ciò che domina è comunque l’idea che l’arte sia una interpretazione delle cose tramite la loro rappresentazione, da cui deriva l’estrema libertà dell’artista sia in riguardo ai soggetti che alle tecniche, in visione di una libertà creativa che porta con sé una “proposta altra”, e in questo senso si possono leggere molte delle esperienze delle Avanguardie e dei vari “ismi” dei primi decenni del ‘900, tese in un tentativo di sublimazione dei fini.

Alcuni interventi saranno fondamentali e, in un certo senso e in alcuni casi, devastanti, come la Ruota di bicicletta di Duchamp (1913), il ready made, che cancella di fatto il confine secolare tra estetico e extraestetico; Bemjamin con i suoi studi sulla riproducibilità dell’opera d’arte, senza escludere l’attenzione che suscitarono le opere di Leo Frobenius e Levi-Strauss attorno all’arte e alle civiltà extraeuropee che proponevano una concezione del bello totalmente differente, con importanti influenze sull’arte occidentale, si pensi, per fare un esempio, a Picasso.

Diviene rilevante già al debutto degli anni ’50 del XX secolo, l’entrata in gioco dei mass-media che diffondono contenuti che facilmente divengono “opinione pubblica” condivisi anche nel campo dell’arte e del concetto di bellezza (forse la prima esplicita manifestazione fu la Pop Art), ma che sono spesso fuorvianti (curioso a tal proposito quanto un noto professore di estetica di un’università italiana ha dichiarato a un congresso internazionale, e cioè di ricevere mail in cui gli chiedono gentilmente consigli e dritte per avviare proficui studi da estetisti).

Ogni cosa o azione che ci riguarda, compresa la visione del futuro, appare dominata dal mito della tecnica o, se si vuole, della tecno-scienza, che procede a un ritmo vorticoso e al quale l’uomo non si sa adeguare (cosa già evidenziata da Martin Heidegger). Tecnica che si propone non più come mezzo per raggiungere il fine, come nel pensiero pre-moderno, ma come fine, là dove natura e uomo divengono mezzi, creando una confusione, anche nelle arti e nel concetto di bellezza, totale e un’instabilità senza valori al di là di quelli del denaro, della produzione e dell’immagine come apparenza, come voler esserci e dimostrarsi in ogni modo, insomma quella che i più giovani chiamano “l’essere popolare”.

Ma anche questi pseudo-valori (ammesso che ci siano valori stabili e non predomini invece la domanda di Nietzsche sul valore del valore), vengono meno o, se si vuole, vengono mascherati da un unico predominante “valore” a cui tutti divengono soggetti, compreso denaro, economia e politica e la stessa scienza, quello della tecnica o meglio della tecnologia, che istituisce come proprio fine il continuo perpetrare di se stessa. Si verifica così uno spostamento dell’asse da una, per quanto improbabile, certezza e immutabilità di alcuni valori, all’ipotetico, e quindi la tecnica assume come principio il superamento continuo di se stessa. In quest’ottica la natura non è più ciò su cui l’uomo, tramite la tecnica, interviene per creare il proprio ambiente, ma diviene “materiale primo” e l’uomo “primo materiale del materiale primo”, sfruttabile come mezzo al fine della perpetrazione della tecnica.

Anche in arte e nel giudizio della bellezza entra in gioco questo meccanismo, per cui “bello” diviene spesso, non solo ciò che ha un’utilità, ma che racchiude in sé l’efficienza.

Negli ultimi anni molte teorie e proposte sono state avanzate, comprese quelle della fine dell’estetica (si vedano ad esempio gli atti del congresso Dopo l’estetica su Supplementa). Tra queste, due mi hanno particolarmente colpito pur nella loro diversità. Quella di Arthur C.  Danto e quella di Umberto Galimberti. Per il filosofo statunitense, cresciuto nell’ambito della filosofia analitica e grande interprete della Pop Art statunitense, l’opera d’arte rinvierebbe a un senso ulteriore delle cose stesse (si pensi alle Brillo Box o alle Campbell’s Soup Cans di Andy Warhol, siamo nel 1962) e alla loro “indifferente bellezza”. La bellezza avrebbe, al giorno d’oggi, perso il suo significato, divenendo un’espressione di “approvazione generica” che non descrive niente. Un “significato emotivo”, privo di una consistenza cognitiva. All’interno di ciò opera una divisione tra bello naturale e bello artistico, con una preminenza del secondo in quanto esperienza “nata e rinata dallo spirito”, quindi come prodotto intellettuale. Tuttavia la bellezza è da Danto connotata come un valore per l’uomo, in quanto bellezza interna.

Galimberti (interessante la sua proposta, anche per il fatto che egli non si definisce un filosofo dell’arte), la bellezza è “quella dimensione che compone il sensibile con il soprasensibile”, quello che si prova davanti a qualcosa di bello non ha valore solo per ciò che rappresenta, ma anche e soprattutto per il suo rinviare a un ulteriore significato, a una “eccedenza di significato rispetto al significato che gli diamo”. In altre parole “L’essenza della bellezza è la sua dimensione simbolica”.

In tutto ciò c’è da tenere presente anche il fenomeno della globalizzazione (non si tratta ancora di estetica diffusa), che può costituire un valore. Ma un valore che ha senso solo se la “globalità” non la si intende unicamente legata alla finanza, al consumo e alla diffusione massmediale e alle tecnoscienze, per i quali la bellezza sembra delinearsi come sfoggio del lusso, della novità e del diverso, delle mode che divorano se stesse e della conseguente spinta al consumo compulsivo.

In questo senso la bellezza appare soggetta al giudizio del quotidiano di chi osserva, legge, ascolta dei sistemi in apparenza soggettivi, mutabili e instabili che la caratterizzano, sotto l’influsso delle suggestioni incessanti dei messaggi mass-medianici.

Forse al giorno d’oggi, ma è solo una provocazione che andrà sviluppata, la bellezza potrebbe porsi come una ricerca di un altro senso della vita stessa, nel tentativo di scoprire o riscoprire, in particolar modo a livello sensibile, ciò che è genuinamente vero, possibile e necessario, senza per questo vagheggiare un impossibile ritorno al passato. Insomma e in qualche modo, conoscenza.

Il dibattito è aperto per chi ha qualcosa da dire o anche da non dire.

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